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AVVISI  DICEMBRE

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 1 - Continua la Novena all'Immacolata alla messa delle 18.30 a S. Rocco                              

 8 - Festa dell'Immacolata
        SS. Messe come la Domenica ; dopo la messa delle 11 corteo da Chiesa Madre a Largo                  Annunziata per omaggio floreale dei Cavalieri alla statua in bronzo della Madonna
      

 13 - S. Lucia
         SS. Messe nella sua chiesetta ore 11 e ore 17
         dopo la messa delle 17, processione


 16 - Inizio novena del Santo Natale alla messa delle 18.30 in S. Rocco

 24 - Messa della Notte di Natale alle 23.45 in Chiesa Madre

 25 - Natale - SS. Messe come la Domenica

 31 - S. Messa di ringraziamento, adoraz. eucaristica e canto del Te Deum ore 18.30 S.Rocco

Ci piace riprendere quanto recentemente apparso sul facebok del Comitato Festa 2022/2023:

La devozione alla nostra Protettrice non conosce limiti!!!
Nei giorni scorsi siamo stati contattati da don Eugene Carrella, sacerdote di Brooklyn con origini pignolesi, in particolare i suoi bisnonni erano i sig. Albano, Nicoletti, Molinari e Laurenzano.
Ecco la statua custodita nella chiesa di Santa Rita a Brooklyn: non ha la raggiera ed è colorata diversamente, per il resto è molto simile alla nostra, stessa postura, stessi angeli, stessi fiori e stelle sul manto.
Don Eugene ci ha raccontato che in passato la statua era custodita nella chiesa della Madonna di Loreto e, a maggio, si celebrava la festa. Ora la chiesa non c'è più e da poco la statua è stata trasferita nella chiesa di Santa Rita.
Nel 2023 cercheranno di riprendere i festeggiamenti in onore Madonna di Pignola riunendo la famiglia Laurenzano...tutto cio è meraviglioso.

A completamento di quanto sopra, possiamo confermare che la colorazione della statua presente a Brooklin è quella che ricordavano i Pignolesi emigrati, come testimoniato dal drappo presente nell' Ufficio Parrocchiale (confezionato in America),  la cui immagine riportiamo qui appresso, dalla quale risulta evidente l'assonanza del rosso della veste e del blu del manto stellato.

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La doratura attuale fu effettuata nell ' 800, successivamente al fenomeno migratorio.

La presenza di una piccola raggiera con solo due angioletti, diversa da quella presente nel drappo, è presumibilmente dovuta al fatto che nella chiesa della Madonna di Loreto la statua era ubicata in una nicchia troppo piccola per ospitare una raggiera di grandi dimensioni, come ricorda il nostro Parroco che ha avuto la possibilità di vederla nel 1989 quando gli fu mostrata da don Felix Losito;  essa quindi deve essere stata tolta e sostituita con quella più piccola della foto.

La raggiera attuale venne realizzata nel 1900

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2 Novembre - Commemorazione dei defunti

I morti si celebravano già nel Medioevo, nella domenica che precede di due settimane l’inizio della quaresima, quindi fra gennaio e febbraio. Il rito attuale proviene dalla scelta di un abate benedettino di Cluny, che nel 998 fece suonare le campane funebri dopo i vespri del 1 novembre e il giorno successivo offrì l’eucarestia  pro requie omnium defunctorum. (“per il riposo di tutti i defunti”) ; celebrazione che nel XIV secolo è diventata di tutta la Chiesa Cattolica.

E’ dunque tradizione in quel giorno recarsi a portare dei fiori al cimitero, il cui nome deriva dal greco koimētḗrion, cioè “luogo dove si va a dormire”, a riposare (per i credenti, sicuri di risvegliarsi il giorno dopo, quello che però non tramonterà.)

Parlare del 2 Novembre senza basarsi sulla fede è praticamente impossibile, poiché se siamo dell’opinione che dopo la morte non ci sia nulla, allora è inutile parlarne. Qualcuno ha provato con delle facezie, come Roberto Gervaso: “Se dall’aldilà nessuno è mai tornato indietro, vuol dire che non si sta poi così male!”  o Victor Hugo: “Se non c’è un altro mondo, Dio non è onesto”; o anche Vladimir Nabokov: “La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe essere una sorpresa ancora più grande”.

Per la Chiesa, la festività dei morti è un modo per ricordare la garanzia della resurrezione nel giorno del giudizio universale.

Ognuno naturalmente ricorda anzitutto i propri cari, specie quelli defunti più di recente; poi si pensa ad amici o colleghi con cui abbiamo condiviso un periodo della nostra vita terrena; ma dovremmo pensare anche alle vittime delle tante guerre del nostro tempo, figlie della incapacità degli esseri umani di sentirsi fratelli,  per arrivare ai tanti che sono dimenticati da tutti e per i quali nessuno prega.

In altre parole, la preghiera per i defunti è un sacro dovere di religiosa e universale solidarietà.

Ecco che torniamo al problema della fede, senza la quale la morte è solo qualcosa di triste e penoso, che rimane confinato nel dolore sconsolato; ma la fede ci dice che la morte tocca solo in una maniera episodica la nostra esistenza. Essa è solo il passaggio dalla "fittizia" abitazione terrena a quella "vera", la dimora celeste, e consente di transitare da una dimensione di pellegrinaggio tra le incertezze della vita a un'esistenza eterna.

Occorre anche tenere a mente che quanto facciamo in terra ha una ripercussione nell’altra vita: con la morte in un attimo svaniranno titoli, carriere, successi, ricchezze; e, come dice Papa Francesco, “l’unico capo di merito e di accusa sarà la misericordia verso i poveri e gli scartati”.

Quindi forse faremmo bene a badare all’essenziale, senza distrarci a dare valore a tante cose superflue, come espresso perfettamente nella famosa poesia di Totò “A livella”, dove sono definite “pagliacciate” i titoli onorifici che usano i vivi, e che non esistono fra i morti, definiti quindi “persone serie” .

Una piccola considerazione finale. Non serve pensare ai nostri cari soltanto il 2 Novembre: far rivivere i defunti per 1 giorno all’anno, e poi dimenticarsene per gli altri 364 significa farli morire una seconda volta.

DB

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La grotta

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La chiesa con la grotta sottostante

La statua e il quadro raffiguranti il Santo Guerriero

Località Monte Sant'Angelo e la chiesetta nei boschi

San Michele Arcangelo a Pignola:

il fascino di un’antica devozione

La devozione popolare verso San Michele Arcangelo è molto sentita in Basilicata ed in modo particolare a Pignola dove è praticata con due pellegrinaggi annuali che si tengono verso la piccola chiesa dedicata al Santo dove i fedeli si raccolgono sia l’8 maggio che il 29 settembre proprio nei giorni dedicati al Santo. La Chiesa è situata nella zona dell'agro di Pignola denominata Sant'Angelo. L’origine del culto è antichissima. L’epoca di introduzione è incerta perché alcuni la fanno risalire ai monaci basiliani sfuggiti alle persecuzioni, altri invece la fanno risalire al IX sec. e ne attribuiscono  l’introduzione del culto ai Longobardi.

In entrambi i casi comunque è probabile che il culto si sia diffuso soppiantando o sostituendosi ai culti pagani preesistenti legati verosimilmente al valore salvifico dell’acqua. Infatti, la struttura di cui ancora sono evidenti dei resti faceva parte di un antico Convento dei Cappuccini costruito verso il 1535, a circa 4 Km dall'abitato, in una profonda gola tra i monti San Bernardino e Ciglio, in una località circondata da boschi e nelle vicinanze di una copiosa sorgente “U' Roff ' un tempo ritenuta miracolosa per le febbri.

Prima dei Cappuccini si presume che l’area fosse stata sotto il protettorato dei Benedettini “pacitani”, proprietari sia della chiesa della Madonna degli Angeli a Pantano che di quella intitolata a San Giacomo Maggiore. Solo quando l’area fu abbandonata subentrarono i francescani.  

La chiesa, ad unica navata, è l'ultima testimonianza del convento di cui sono ancora visibili i ruderi. In essa si conserva una statua dell'Arcangelo, copia di un originale trafugato che risaliva all'anno mille.

Verso la fine del 500 il convento rimase disabitato e abbandonato fino a quando nel 1607 venne affidato agli Osservanti che lo abitarono probabilmente fino alla soppressione avvenuta a causa delle leggi murattiane.

Sotto la chiesa è presente una grotta la cui presenza può essere associata alle cripte intitolate a S. Michele Arcangelo molto diffuse in Basilicata.

A Pignola troviamo una grotta naturale il cui culto aveva probabilmente come modello il più antico santuario dell’Europa occidentale dedicato a S. Michele, fondato in una grande grotta naturale sul Monte Gargano (100 km a nord di Bari in Puglia) ove l’Arcangelo appare più volte sul finire del secolo V.

Il santuario del Monte Gargano  è stato in Italia, con Roma, una delle più importanti mete dei pellegrinaggi medievali. Da questo luogo il culto dell’Arcangelo, importato da Costantinopoli si è diffuso in Italia e nell’Europa occidentale.

In Basilicata sono stati finora rintracciati 10 siti rupestri dedicati a S. Michele costituiti da grotte naturali nelle quali sono edificati altari e cappelle con la statua o l’immagine dipinta dell’Arcangelo. Il santuario più importante della Basilicata è quello del Monte Vulture (per dimensione il secondo dopo il Gargano). Le grotte micaeliche presentano tutte caratteristiche comuni dal momento che sono sempre collocate al fianco roccioso di qualche monte, in una posizione dominante, spesso difficilmente raggiungibili e nei pressi di una fonte d’acqua.

Le grotte sono quasi tutte ubicate nel versante occidentale, lungo importanti vie romane o diramazioni delle stesse.

Della specifica funzione di tali grotte, data l’esiguità delle notizie documentate, si possono elaborare diverse interpretazioni. Per alcune di esse come Maratea e Pignola, si è avanzata l’ipotesi che fossero sede di antichi rifugiati dalle persecuzioni anticristiane durante i primi secoli di diffusione del cristianesimo. Tra questi ultimi si annovera la presenza dei Cartaginesi Saturnino e Genuario le cui reliquie sono conservate a Pignola e a Marsico Nuovo. Hanno un fondamento le ipotesi che indicano in S. Angelo di Pignola l’originario luogo di conservazione del braccio di San Saturnino.

Alcuni studiosi locali hanno ipotizzato un legame tra questi antichi rifugiati e i martiri uccisi a Fossa Cupa. D’altro canto sono varie le leggende che hanno circondato di un alone misterioso sia il convento che la sottostante grotta.

Nel 1574, racconta padre Mariano da Calitri, cadde molta neve, ma tanta di quella neve da togliere ogni comunicazione con il paese per molti giorni. Il frate laico fu impedito di raggiungere il paese a raccogliere le elemosine ed in convento non vi erano che pochi legumi ed un po' di pane. I frati non si persero d'animo e pregarono ai piedi dell'altare. Si sentì suonare il campanello della portineria e il portinaio corse ad aprire. Una giumenta stava carica davanti alla porta ma non si vedeva il padrone e nemmeno le orme dell'animale sulla neve. Accorsero altri frati e scaricarono l'animale dei cibi di cui era carico, e l'animale d'incanto sparì.

La presenza del miracolo non servì a trattenere i cappuccini in quel luogo, dato che, per sfuggire alle molestie dei malviventi, i monaci nel 1595 abbandonarono il convento per stabilirsi in una nuova costruzione alle porte del paese.

A Pignola il culto e la devozione sono ancora fortemente presenti.

Quest’anno, in particolare, il legame che i Pignolesi hanno con il Santo si è concretizzato nella realizzazione di una lodevole iniziativa promossa dal Comitato Festa  Maria Santissima degli Angeli dal titolo esemplificativo “Sentieri d’autunno. Salutando l’estate, dalla grotta al Paschiere” svoltasi dal 29 Settembre all’ 1 Ottobre. Una tre giorni caratterizzata da riti religiosi, stand enogastronomici e concerti spirituali questi ultimi in collaborazione con Chorus Inside Basilicata.

Un plauso a questi giovani che, animati da un sentita devozione nei confronti del Santo Guerriero hanno dimostrato di aver ben compreso come per la crescita di una comunità è importante partire dalla valorizzazione delle proprie tradizioni, proprio perché in esse si riscopre la propria identità.

Angela Guma

 

 

 

 

Principali riferimenti Bibliografici:

Vincenzo Ferretti, Prima che la memoria diventi cenere, Cultura e Tradizioni Popolari a Pignola, Il Portale  2022.

Luigi Telesca, Culto ed insediamenti micaelici in Basilicata, in Teologia Viatorum (3), 1998.

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Dopo due anni di fermo causa pandemia, San Donato è tornato a visitare il rudere della sua chiesa, resa tale dal sisma del 1980 e ancora non ricostruita
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La Festa della Madonna 2022: “Nu Fstò”

L’identità storico-religiosa di Pignola è senza dubbio intimamente legata all’immagine di Maria SS. degli Angeli, la Madre di Dio. Un elemento che esprime in maniera tangibile la devozione dei Pignolesi alla Madonna è la festa in suo onore e quello che colpisce di più in questa manifestazione è lo spirito  con  cui tutta  la  popolazione  vi partecipa. 

La descrizione più significativa dell’importanza che la festa ha ed ha sempre avuto per i Pignolesi è nell’incipit di “Pignolerie” di Gerardo Acierno e precisamente nella sua significativa riflessione “la festa patronale, non si racconta ma si vive. Ognuno di noi, infatti, in essa trova cose diverse, emozioni differenti, sensazioni particolari”.

La festa è inoltre una preziosa occasione per valorizzare, attraverso solenni celebrazioni religiose e interessanti manifestazioni culturali, un patrimonio ricco di storia e tradizione.

L’origine della festa è antichissima, la sua prima attestazione risale al 1521 e la data in cui si celebrava era il 15 di agosto durante la solennità della Assunzione della Beata Vergine Maria. Si ipotizza pertanto che risalga all'epoca   della   costruzione   della   cappella di Pantano e all'influsso bizantino. Un inventario del 1696, redatto dall'oblato della cappella Silvestro Perito, parla della celebrazione di  due  feste  all'anno  in  onore  della Madonna  del Pantano.  Una celebrata il 15 di agosto e l'altra nel mese di maggio.  Entrambe le feste erano organizzate dalla confraternita della Madonna sotto  la  severa  vigilanza di due prelati  appartenenti al capitolo del clero di Pignola. Grandi erano i festeggiamenti con concorso di musici, maestri di fuochi pirotecnici e accorrevano venditori ambulanti  che davano vita ad una vera e  propria  fiera.

Nel corso della storia la festa ha subito molte modifiche, talvolta radicali mutamenti.

Infatti, se inizialmente era affidata ai sacerdoti Capitolari di Pignola e all'Abate, nel tempo la Festa è stata sempre affidata ad una sorta di spontaneismo dei fedeli che, appoggiati dal clero locale, ne garantivano lo svolgimento. Questo binomio ha dato negli anni un forte impulso alla devozione mariana, tanto da permettere, il 27 giugno 1965, l’incoronazione pontificia.

Da sempre il clima di festa e pietà religiosa si avverte già il secondo venerdì di maggio quando colpi di mortaretto rompono il silenzio mattutino annunciando l'inizio della Novena. Quest’anno in modo particolare i devoti si sono mobilitati in massa nel raggiungere il santuario di Pantano per rendere omaggio alla Vergine e partecipare alla messa mattutina.  Ma l’apice della Festa religiosa è stato rappresentato dalla solenne processione nella quale la veneranda Immagine dal Santuario di Pantano,  portata a spalla da volontari, scortata dai Cavalieri e accompagnata dal Parroco, dalla banda  e da una folla di fedeli, ha raggiunto la Chiesa Madre.

La sosta, come da tradizione, si è svolta in Piazza Convento dove per consentire una partecipazione in sicurezza è stata celebrata la Messa. La voce di Don Rocco all’unisono con Don Antonio, la ritrovata presenza dei seminaristi Rocco e Francesco, i canti del Coro Santa Maria Maggiore diretti da Rocco Alessio Corleto , l’Ave Maria cantata da Angelina Montagna nella piazza centrale sono tutti elementi che suscitano un’emozione difficile da descrivere ma che è da vivere perché diventa parte integrante della propria identità.

Dunque un grande plauso e un sentito ringraziamento va al Comitato Festa guidato dal giovane Mimmo Pirulli e da una squadra compatta e affiatata che non si è fatta scoraggiare dalla pandemia. La tenacia del gruppo è stata senza dubbio premiata da quella che a mia memoria è stata una delle feste meglio riuscite in onore della nostra patrona. Ottime sono infatti state le scelte sia ludiche che culturali.

I concerti dei “The Kolors”, di Mirko Gitone  e dei Musicamanovella hanno attirato migliaia di persone creando in quella folla festosa di gente un’atmosfera quasi surreale che ha sancito un ritorno alla vita normale dopo i distanziamenti e le proibizioni causati dalla pandemia. Il clima festivo iniziato con il suono della banda per le vie del paese e con i tradizionali concerti nella piazza centrale è stato adeguatamente supportato ed integrato da iniziative culturali di rilievo quali le mostre di pittura di Francesca Conte presente in Chiesa Madre e la personale di Sara di Iorio allestita in Palazzo Gaeta.

Un’affluenza notevole si è registrata alla manifestazione che da sempre coniuga il sacro con il profano; “la Uglia”. La folla di giovani portatori danzanti e la disponibilità mostrata nella raccolta delle ginestre per l’accensione dei fuochi da parte delle famiglie che da sempre sovrintendono a questo rito è stato un buon segnale della acquisita consapevolezza che la tradizione va conosciuta, valorizzata e tramandata in uno spirito di collaborazione fraterna.

Ed è proprio nell’accorato invito all’unità lanciato dal nostro Don Antonio durante l’omelia che questa festa trova la sua sintesi. Infatti è stato giustamente sottolineato che con  uno spirito di rispettosa collaborazione e di profonda unione si può realizzare la crescita ed evitare lo spopolamento e la perdita dei giovani in quanto risorsa e futuro per la nostra comunità.

Un segnale che lascia ben sperare per il futuro si è manifestato con la pronta risposta di un gruppo di giovani che hanno costituito il Comitato promotore dei festeggiamenti per la festa 2023. E’ questo un autentico segnale di speranza ed una piccola dimostrazione che quando si semina bene il raccolto è buono.

 

                                                                                                                                                      Angela Guma

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EMERGENZA UCRAINA

Come sempre, Pignola sa rivelarsi per quella che è nei momenti di difficoltà: generosa, altruista, sensibile. Sono lieto di informarvi che ho appena versato la somma di 825 euro, frutto delle vostre donazioni, alla Caritas Italiana che provvederà al loro utilizzo.

Sapevo di poter contare su di voi e continuerò a farlo; vi benedico ancora

don Antonio Laurita

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ELOGIO DELLA LETTURA

ovvero (per i più acculturati)

O tempora, o mores !

 

Purtroppo ormai da qualche anno abbiamo dovuto modificare più o meno profondamente le nostre abitudini, e una delle conseguenze è che ci rimane disponibile più tempo per pensare.

Proviamo allora a condividere alcune riflessioni tra il serio e il faceto, anche se temiamo che non saranno in molti ad arrivare fino in fondo, visto che oggi viviamo nell’epoca dell’immagine e la lettura pare divenuta una attività praticata solo da poche persone “antiquate”.

La dimostrazione pratica di quanto asserito ci viene gentilmente fornita, anche se involontariamente, da una delle tante pubblicità che ci propina quotidianamente la televisione. In breve, essa mostra un uomo e una donna stravaccati su due poltrone vicine, con l’aria terribilmente annoiata finché lei ha un colpo di genio e accende un tablet, attrezzo per il quale pare non esista l’equivalente termine in italiano, e immediatamente ambedue diventano vispi e gioiosi guardando le immagini loro offerte.

La domanda è: tralasciando altri tipi di svago di coppia,  ma non potevate invece leggere un buon libro?

Attenzione: non “leggere qualcosa”, bensì “leggere un buon libro”.  Si può leggere anche l’elenco telefonico, o una cronaca che sviscera i novanta minuti di un incontro di calcio, o quelle pagine che si premurano di informarci sugli amorazzi o intrighi familiari di personaggi più o meno noti; ma limitandoci a questo mancheremmo l’obiettivo: la buona lettura deve essere fonte di arricchimento.

Allo scopo, non è necessario sorbirsi dei corposi trattati sui massimi sistemi o tomi di  chimica o saggi di teologia: basta leggere un romanzo, anche un “giallo”, purché sia ben scritto, di qualità. E’ sicuramente meglio che subire la semplice visione di immagini  già confezionate, una pappa pronta che non ci richiede praticamente di far altro che “guardare le figure”.

Invece la (buona) lettura implica il raffigurarsi mentalmente le scene e compenetrarsi nei sentimenti dei personaggi in base alla descrizione scritta dell’autore, e così facendo in qualche modo ci rende partecipi della vicenda. Allo stesso tempo aumenta il bagaglio di conoscenza e padronanza della nostra lingua madre, poiché apprendiamo termini nuovi, la corretta costruzione grammaticale, e così via. In definitiva, essa migliora le nostre conoscenze linguistiche e logiche, facendo lavorare un pochino le cellule cerebrali cui pare che si tenda a dare sempre meno importanza. Oseremmo quasi dire che la buona lettura equivale ad assumere un benefico psicofarmaco privo di effetti collaterali o controindicazioni.

Purtroppo questa sana abitudine va scemando, e infatti sono sempre meno coloro che usano correttamente il congiuntivo, i pronomi, la punteggiatura, e via dicendo; ma va bene così, perché tanto sono sempre meno anche quelli che ci fanno caso: è l’evoluzione della specie.

Permetteteci un suggerimento, anche se vi sembrerà un po’ strano: se tanto tempo fa avete letto un romanzo che vi è davvero piaciuto, andate a ripescarlo e rileggetelo. Vi renderete conto di come, a suo tempo, la voglia di sapere “come andava a finire” vi abbia fatto trascurare o almeno non apprezzare certe descrizioni di paesaggi, costumi, sentimenti; adesso che ne conoscete già la conclusione, potrete gustare anche questi aspetti.  Lo stesso vale per qualche testo scolastico: ricordate che ai tempi della scuola qualche volta avete odiato Manzoni a causa dei  Promessi Sposi ? Certo, perché allora era qualcosa da studiare, quindi rappresentava una sorta di coercizione; provate a leggerlo adesso, senza l’assillo scolastico: vi apparirà sotto un’altra luce e forse gli tributerete un diverso apprezzamento.

Di recente sui mezzi di informazione si è tanto parlato delle celebrazioni per i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. Non vogliamo pensare che nell’occasione qualcuno si sia chiesto chi fosse; ma non escludiamo che qualcun altro abbia commentato “chi, quello che ha scritto quella pappardella sull’inferno?” 

Il povero Dante si starà rivoltando nella tomba nel vedere come l’italiano sia ormai costantemente bistrattato e maltrattato, quando non ignorato. Ormai ci ha sopraffatti l’uso smodato e -quel che è peggio- immotivato delle parole inglesi: probabilmente si pensa sia più elegante e raffinato dire “smart working”  piuttosto che “lavoro intelligente” oppure  “green pass” invece di “certificato vaccinale”. Fatto sta che ne siamo inondati: non passa giorno senza che ci piovano addosso termini quali spending review, jobs act, authority, cyber security, fake news, FAQ, flat tax, lockdown, open day, recovery fund, know-how,  privacy, dose booster.

Il bello è che essi vengono usati anche in comunicazioni ufficiali (e magari anche da qualcuno che poi partecipa alle celebrazioni per Dante); e, tanto per completare l’opera, non uno alla volta ma anche sparsi a piene mani.

E’ diventato normalissimo leggere (magari sul facebook  del sindaco di un paesello) qualcosa come

“Giorno 22 sarà un open day , quindi i cittadini sono invitati a recarsi nell’ hub  di via Garibaldi per ricevere la dose booster , e ottenere  il green pass così da evitarci un nuovo lockdown “ .  

Alberto Sordi avrebbe sbottato “Ma parla come magni!”

E se invece quel sindaco del paesello avesse fatto mettere un gran manifesto sulla parete del municipio con scritto:

“Giorno 22 i cittadini sono invitati a recarsi al centro vaccinazioni di via Garibaldi senza prenotazione, per ricevere la terza dose anti-covid e ottenere così la relativa certificazione. Facciamolo in tanti, così eviteremo di tornare a stare tappati in casa e coi  negozi chiusi”.

Nooo, troppo semplice: ma volete offenderci? Siamo mica stupidi, noi.

 

Allora, prima di farne un uso così massiccio e -ribadiamo- immotivato, perché non sancire per legge che tutti, dal magnifico rettore all’uomo della strada, passando per la casalinga di Voghera,  devono conoscere l’inglese se vogliono comprendere certe comunicazioni istituzionali ? Apparentemente questi Soloni sono all’oscuro del fatto che nel Bel Paese la conoscenza reale dell’inglese è veramente scarsa (e gli esempi non mancano anche tra i politici), sicché sono in tanti a riempirsi la bocca con questi termini, anche se poi quando occorre fornire un’indicazione ad un turista devono ricorrere alla famosa capacità mimica italiana.

 

Sta accadendo quasi lo stesso con i telefonini (scusate: smartphone). Tralasciando il fatto che sono ormai inclusi tra i generi di prima necessità per la sussistenza (ci sembra giusto, visto che nel “paniere” ISTAT c’è anche il sushi take away ), si vuole qui evidenziare che troppo spesso si dà per scontato che tutti, ma proprio TUTTI  ne abbiano (almeno) uno e siano abilissimi nell’usarlo. Praticamente per qualunque cosa vi serva è necessario usare una  APP, con quel che ne consegue. Qualcuno di voi rammenta con quale numero della Gazzetta Ufficiale ne è stato reso obbligatorio l’uso?  

Ci viene ripetuto in tutte le salse un giorno si e l’altro pure che occorre fare figli, tanti figli, perché il nostro è un paese di vecchi; forse qualcuno è angustiato dal pensiero di dover reperire da qualche parte i soldi per le sudate pensioni di questi cavolo di vecchietti, il giorno che i versamenti dei pochi giovani non basteranno più.

Addirittura qualche cinico cattivone è arrivato a supporre che, visto che le prime vittime della pandemia erano proprio quelli molto avanti negli anni, la cosa fosse stata orchestrata per dare una sfoltita a questo nugolo di persone improduttive, anche se poi la cosa è “sfuggita di mano”…  

Ma tralasciando le fake news, anche perché non è lecito scherzare sulle cose serie, ci rendiamo conto dell’assurdità? Dite che la maggioranza degli italiani è composta da vecchi (e come tali un po’ rincitrulliti, senza offesa per nessuno), e poi volete che smanettino allegramente sugli smartphone  per risolvere almeno parte delle problematiche dei cittadini? Lasciamo perdere il costo dell’apparecchio, che per parecchi pensionati risulta esorbitante; ma ce li vedete ? E per favore non ci vengano a dire che “anche i bambini” ormai sono capacissimi di usarli: verissimo, peccato che i bambini siano come  un materiale che si può sgrossare e plasmare, col cervello nella fase di apprendimento, mentre i vecchi devono affrontare il problema delle sinapsi arrugginite e delle cellule cerebrali che non si riproducono …  

In proposito ci verrebbe da suggerire che tanti ragazzini, invece di trascorrere ogni momento libero pestando tasti o scorrendo le dita sul display  (!),  potrebbero sedersi a leggere “Ventimila leghe sotto i mari” o “Le tigri di Mompracem”; ma ce ne guardiamo bene.

Comunque, tornando al punto, si lasci alla gente la libertà di divertirsi con whatsapp e allegorie simili, ma per favore non si pretenda di imporre a chi chiede solo di trascorrere in pace gli ultimi anni di questa vita terrena di barcamenarsi tra le APP (e rammentate che sono tantissimi: lo dite voi!)

A costo di abusare della pazienza di quei due o tre lettori che sono arrivati sin qui, non possiamo tralasciare la ciliegina sulla torta: la proliferazione incontrollata dei cosiddetti “influencer”

Ci eravamo abituati ai “testimonial”, che la Treccani definisce come “per lo più un attore, un’attrice, una persona nota o comunque di successo che, soprattutto in spot televisivi, fa la pubblicità di un prodotto”.  

La pubblicità ci circonda ed assilla ormai da parecchio; pare sia stato Henry Ford, negli anni intorno al 1920, a coniare il celebre adagio “La pubblicità è l’anima del commercio”  e a rafforzare successivamente il concetto dicendo “Le anatre depongono le loro uova in silenzio. Le galline invece schiamazzano. Qual è la conseguenza? Tutti mangiano uova di gallina”. 

Anche se presumibilmente saremmo più propensi a credere alle virtù di un prodotto quando a magnificarcele fosse una persona che ne ha titolo (un premio Nobel della chimica per un sapone, un luminare della medicina per un antidiarroico, ecc.), siamo ormai abituati a vedere i prodotti reclamizzati da personaggi che sicuramente non sono degli esperti, ma che forse qualcosina almeno hanno fatto per raggiungere il successo o la notorietà.

L’ influencer  appare essere qualcosa di peggio.

Di primo acchito, avendo prima menzionato i Promessi Sposi, si potrebbe pensare che il termine stia ad indicare una specie di untore che sparge l’influenza; e non saremmo poi molto lontani dal vero. Sempre la Treccani ci dice trattarsi di  “Personaggio popolare nei social network e in generale molto seguito dai media, che è in grado di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico”.  Queste parole sottolineate sono la chiave di tutto.

In passato, quando ancora non era vigente la regola del “politically correct” (eccone un’altra!) e cioè il dover evitare in modo assoluto di offendere, anche senza averne l’intenzione, la suscettibilità di nessuno, si usava dire “avere l’anello al naso” o “la sveglia al collo” per indicare una persona con un grado di civiltà ben lontano dal nostro, come i cannibali che mettevano in pentola gli esploratori; se volete, una persona considerata un po’ tonta. Oggi abbiamo belle ragazze e simpatici adolescenti (se vogliamo rigirare il coltello nella piaga: teenagers ) che l’anello al naso lo ostentano con orgoglio.

Per la sveglia al collo abbiate ancora un po’ di pazienza.

Purtroppo pare che sia proprio questo il “target” (e vai) degli influencer, la cui notorietà non si misura in allori conquistati a fatica, ma in  “like” (ancora!)

Pare dunque un fatto assodato e normalissimo che degli umani premano un tasto per dire “mi piace” a qualcosa di nessuna o scarsa importanza, a volte senza avere una precisa opinione al riguardo, ma solo perché ha a che fare con uno di questi personaggi.

Confessiamo con un po’ di vergogna di non essere ancora riusciti a capire perché mai un essere raziocinante dovrebbe minimamente lasciarsi condizionare da questi nuovi Carneade dalla scolarizzazione incerta che spuntano come i funghi, in genere rappresentati da un giovanotto pieno di tatuaggi o da una donzella con le curve giuste al posto giusto. Quali meriti hanno acquisito costoro perché qualcuno debba sentire il bisogno di dar loro retta o peggio ancora di imitarli? Non ci risulta neanche che aiutino le vecchiette ad attraversare la strada ...  Eppure sembra che il fenomeno non abbia la minima importanza, per cui se non se ne preoccupa nessuno significa che va bene così, e siamo noi che ci ostiniamo a non capire.

Pazienza, ce ne faremo una ragione; ma intanto sentiamo il dovere di concludere porgendo le nostre scuse: quanto detto sin qui  è sicuramente il risultato di una visione gretta e arretrata della società moderna da parte di chi non è capace di aprirsi al nuovo.

Ma pur con questa consapevolezza, non siamo ancora capaci (mea culpa) di reprimere un senso di fastidio nel vedere un tizio in maglietta e calzoncini, pagato fior di milioni all’anno, che per il solo fatto di aver messo un pallone in fondo ad una rete, e cioè per aver fatto niente di più di ciò per cui viene così profumatamente retribuito, saltella a destra e a manca come un ranocchio esultando e gesticolando, neanche avesse scoperto la cura definitiva contro il cancro. E la folla applaude.

Ecco perché siamo tentati di condividere quanto una volta ebbe a dire Mark Twain : “Spesso sembra davvero un peccato che Noè ed i suoi compagni non abbiano perso la nave”.

 

DB     

Il Carnevale Pignolese e le sue Maschere

 

L'Azione Cattolica si inserisce, con questo contributo, nel dibattito che da tempo anima il Carnevale di Pignola e le sue tipiche maschere. Lo fa condividendo con tutti le proprie riflessioni, supposizioni, mezze o intere verità.

Si sa che il Carnevale è un piacevole momento di aggregazione, ma anche un enclave di libertà e periodo di spensierata follia. Ognuno ostenta la propria personalità attraverso maschere, atteggiamenti e ruoli molto lontani dal proprio “io”, mentre c'è voglia sfrenata di sostituire l'ordine costituito con il caos, rovesciando le certezze delle regole sociali in essere.

Pignola lo festeggia proprio così, con la consapevolezza che esso offre gioia, goliardia e trasgressione. Carnevale è un evento unico, colmo di ironia, satira, fermento creativo e scenografico, capace di alimentare tanta allegria, al punto tale da incoronare attori protagonisti tutti i partecipanti: bambini, giovani ed anziani, donne e uomini.

Questi, durante tale periodo, si  sentono sciolti dallo statuto sociale, etico e comportamentale quotidiano ed autorizzati ad appropriarsi della piena libertà di scatenarsi, di fare baldoria, di alzare il gomito, di mangiare a crepapelle, di promuovere perfino azioni che rasentano la spudoratezza e permettersi qualsiasi trasgressione.

Tutti percepiscono l’inebriante sensazione di essere sostenuti da un comune intento: divertirsi all’insegna della spensieratezza e proiettarsi verso una sorte di sfogo agli eccessi, sotto l’egida  di una sagace ironia che, insieme a tanti altri fattori, rappresenta la linfa della convivenza di una comunità sociale.

Una comunità, come quella pignolese, che si sente attiva, attenta e ben disposta non solo a recuperare le tradizioni popolari locali, ma anche a “scavare” nel passato per scoprire come e quando abbia avuto origine il “suo” Carnevale. Grazie a questa frenetica attività, proprio sul carnevale si sono recuperate tante cose e riportati alla luce momenti, personaggi ed aspetti  singolari, anche se ancora c’è tanto da fare per completare un mosaico che possa diventare tangibile testimonianza della cultura, della tradizione e dell’identità locale.

E' necessario premettere che non si vuole affatto alimentare un dibattito ostico, difficile ed inopportuno per approfondire l’aspetto antropologico del Carnevale: ciò andrebbe ben oltre gli obiettivi prefissati. L' interesse è rivolto solo e soltanto al recupero dell’evento, per appropriarsi del significato vero di  questa festa popolare, che è certamente una tessera molto importante di quel mosaico sociale e folklorico, capace di  evidenziare buona parte delle caratteristiche identitarie di Pignola.

Entrando nel merito è necessario sottolineare, prima di tutto, che a Pignola il Carnevale non inizia il 17 Gennaio -festa di S. Antonio Abate- bensì ha un suo prologo il giorno prima, cioè il 16 Gennaio, con l’accensione in Piazza della “Fanoja”:  un imponente falò alto, a volte, oltre quattro metri. L’origine di questo falò è ignota, anche se voci ed ipotesi più o meno plausibili vorrebbero attribuire la sua nascita nel quindicesimo secolo, precisamente dopo il 1420. Infatti, in quell’anno la Regina Giovanna II d’Angiò, annettendo Pignola alla Casa Santa dell’Annunziata di Napoli, fece costruire la cappella di S. Antonio Abate, che fu ricavata nei locali dell’isolato un tempo adibito ad Ospedale per gli ammalati del cosiddetto “Fuoco di S. Antonio”, dando vita ad un culto che si è  sempre più consolidato nel tempo, sia dal punto di vista religioso sia da quello delle tradizioni popolari.

L’origine della “Fanoia” potrebbe riallacciarsi alla leggenda, diffusa in varie regioni, secondo cui 

S. Antonio si sarebbe recato all’Inferno per accendere, con uno stratagemma, il suo bastone e riportare il fuoco agli uomini per custodirlo, alimentarlo ed usarlo per i loro bisogni. Collocata in tale contesto, la “Fanoja” apparirebbe quasi una rievocazione di tale leggenda! 

Altre ipotesi, invece, attribuiscono ad essa un ruolo simbolico di aggregazione comunitaria. Ecco che la torre di fuoco assume una doppia fisionomia: una,  agiografica, l’altra, quale foriera di un evento che annuncia, con le sue fiamme iridescenti e le  sfavillanti monachine generate dai tizzoni ardenti, l’approssimarsi di un mondo particolare, diverso e surreale, ove tutto è  permesso, perfino trasgredire alle regole di una civile convivenza, attraverso manifestazioni di allegria, momenti conviviali  e, perché no, atti di irriverenza che rappresentano un modo di sfogare le proprie frustrazioni e sentirsi così protagonisti veri delle proprie azioni.

Alla luce di queste prerogative si può comprendere bene perché la comunità pignolese il 16 Gennaio nel pomeriggio, dopo la Messa, la rituale processione del Santo e la benedizione del fuoco acceso da uomini esperti e volenterosi, si raduna intorno alla “Fanoja” per dare inizio ai festeggiamenti carnevaleschi. L’intera serata è allietata dall’organetto, dal cupa-cupa e da tamburi, mentre vengono distribuiti piatti di pasta fatta in casa e carne di maiale, sotto l’egida dei “Mantellari”, maschere emblematiche silenziose e discrete.

Indossano grossi cappelli  e sono avvolti in vetusti mantelli a ruota, chiamati così per la loro foggia circolare.  Queste maschere, durante la serata, espletano un doppio ruolo: quello di vigilare che nessuno si appropri del fuoco della “Fanoja” prima del previsto e quello più gioviale di annunciare che “U Re”, sua maestà Carnevale, sta per arrivare, accompagnato dalla sua corte pignolese: cioè “I Zite”, “i Parate”, “u Peligne”, “u Sacrestane”, “ Gastone il Fannullone”, “ L'Atleta”, “u Mulattiere” e  “Ze Gerarde Fotte” con Ndunetta, la sua giunonica e prosperosa consorte.

Questi si mescolano tra la folla o fanno capolino negli angusti camminamenti che circondano la piazza; c'è a chi sfugge la loro presenza, ma c'è anche chi li rincorre per afferrare il significato di un mondo segreto e profondo,  così ben rappresentato da tali emblematiche figure carnascialesche. Tutti insieme, questi personaggi rappresentano i protagonisti del Carnevale pignolese che, a prima vista, potrebbe apparire alquanto similare a quello di tanti altri paesi viciniori; ma non è così.

Ogni maschera ha una propria storia ed un proprio particolare significato, che qui di seguito si proverà a descrivere a sommi capi.

Il “Mantellaro” è un uomo misterioso e solitario, forse un innamorato, un deluso della vita, un timido; nessuno lo sa, né lui intende rivelare la sua identità.  Qualcuno, pensate, lo ha paragonato perfino al prototipo del contadino contagiato e pervaso da quel “pathos”, così suggestivamente descritto da Eduard  Banfield nel suo saggio “le basi morali di una società arretrata”. Altri lo paragonano al mulattiere vestito a festa che, in onore del santo, come cita in un suo articolo il giornalista e dialettologo Nuccio Rizza, “… come vestale, vigila affinchè il falò bruci con fiamme alte e vigorose, e che nessuno si avvicini ad esso con mano sacrilega. Solo ai primi chiarori del dì è permesso al sagrestano di attingere la brace migliore….. quindi , ognuno, con muta devozione, ne prenderà a piacere, perché in esso, si crede, è scesa la benedizione del Santo e proteggerà da disgrazie o quanto meno non priverà mai del fuoco la casa che lo custodisce”.

I “Mantellari” sono anonimi, imperscrutabili, evanescenti;  il cappellaccio che indossano copre e nasconde il viso; non si sa se sono giovani o anziani, uomini o donne, se indossano una maschera: enigma puro!  Una cosa, però, si percepisce verosimilmente: essi rappresentano coloro che difendono, senza clamore, le tradizioni e le caratteristiche ancestrali della loro comunità, le quali, giorno dopo giorno, alimentano e rinvigoriscono la genuina identità di un popolo.

Il giorno 17 gennaio, quindi, a Pignola il Carnevale ha già emesso da un bel po' i primi vagiti. Diventerà ancor più attivo e frenetico dopo la coreografica e tradizionale corsa degli asini, muli e cavalli, allorquando “I Zite” , una sgangherata coppia di sposi, accompagnati dall’organetto intrattengono il pubblico dall’alto del loro calesse.

Affinché il Carnevale possa entrare nel vivo, però, è necessario che si aspetti ancora qualche giorno. E’ necessario che l’atmosfera carnascialesca penetri e si sviluppi nello spirito di tutti, attraverso accordi e decisioni  assunte durante le feste di ballo e convivi serali per poter fare “I Parate”.

Maschere, queste, semplici ma divertenti: un marito, una moglie, una comara, un compare e un medico che si cimentano in scenette briose ed allegre.  Recitano a soggetto, prendendo spunto da avvenimenti contingenti, mentre i battibecchi tra marito e moglie o tra comara e compare sono il sale di una farsa infinita. Una performance, questa, che durante i giovedì e le domeniche del periodo di carnevale viene portata nelle case dei pignolesi, i quali ben volentieri ospitano i gruppi che bussano alle loro porte. In tale performance non mancano gli screzi, i litigi, le bastonate. Chi rischia di prenderle è sempre la moglie che, all’improvviso, sviene. Soltanto l’intervento provvidenziale del medico salva la povera moglie, alla quale viene diagnosticata una brutta malattia che può essere  curata solo e soltanto “con un buon pezzo di salame paesano”. Tale richiesta,ovviamente,viene effettuata da tutti i partecipanti alla farsa, attraverso le briose e scanzonate strofette che qui si riportano:

STROFA N. 1

Parate e Paraticchie,

danne nu cape de savecicchie,

si manche ne vuo da',

sana sana la barra se puozza mbalegena'

                  

STROFA N.2

Parate e Paraticchie,

danne almène nu nuzze de savechicchie,

si manche quèsse ne vuò da',

pure la nzogna inde la buscia,

arangeta puozza devendà'.

 

“L’onere della cura” ovviamente spetta alla famiglia che li ospita, la quale, anche se a volte a malincuore, non esita ad offrire salame e vino a tutti, alla salute della malcapitata, con l’augurio di una repentina guarigione grazie all’arguta e curiosa terapia prescrittale dal medico.

Accanto ai “Parate”,  a Pignola è presente una particolare maschera, le cui origini si perdono nella notte dei tempi; si chiama “U Peligne” - il Peloso. Su di essa concretamente si sa ben poco. Tante ipotesi e congetture, ma nessuna certezza conclamata. Da tempo si sta scavando per recuperarla nella sua interezza e collocarla nell’alveo del carnevale pignolese al posto che più le si addice. Le fonti orali consultate sono state spesso contrastanti tra loro. Qualcuno  ha fatto cenno ad una curiosa figura, abbigliata con pelli dal pelo lungo, in possesso di un bastone ed accompagnata da un caprone trattenuto al guinzaglio con una corda.  “U Peligne” gira per le vie del paese raccontando le sue avventure con animosità e veemenza tali da incutere timore e riverenza. Una maschera così agghindata e descritta la si potrebbe  benissimo collocare nel lontano mondo mitologico.  Infatti, c'è chi intravede in essa la parodia del dio Faunus o Luperco, intrepido e mitologico difensore delle greggi dagli assalti dei lupi e lupo egli stesso. D’altronde, il nome” Peligne”, che a Pignola significa peloso, nonché l’abbigliamento che indossa potrebbero apparire una sbiadita prova, ma è ancora troppo presto per sancirne certezza!

Qualche altra fonte, invece, lo ha descritto come abile oratore e ballerino, scapigliato e coperto di abiti rivoltati; è accompagnato da una bambolona a dimensione umana con la quale, grazie ad un marchingegno da lui stesso realizzato, riesce a suonare e ballare contemporaneamente.

Una maschera, questa, che si avvicina di più alla cultura sette-ottocentesca napoletana, dalla quale Pignola è riuscita a trarre profitto per motivi ed opportunità note ai cultori di storia locale e che qui si ritiene inopportuno illustrare.

Nel 1973 il Carnevale pignolese si è arricchito di nuove maschere, frutto dell’invenzione del poeta Gerardo Acierno che, con sagace maestria, ha dato la parola al “Sagrestano”, a “Gastone il  Fannullone”, all' “Atleta” ed al “Mulattiere”, attraverso una serie di versi che tratteggiano le caratteristiche specifiche di ognuna di esse, pubblicati nel 1985 dal Prof. Enzo Spera dell'Università degli studi di Bari nella raccolta “Licenza vò, Signoria”.

Per ultimo si è lasciata la descrizione di “Ze Gerarde Fotte”, l’attuale maschera ufficiale del Carnevale di Pignola. Essa è nata dalla fattiva e sinergica attività delle diverse Associazioni del posto e dalla simpatica e lungimirante azione di colui che più di tutti si è dedicato a costruire la struttura caratteriale e coreografica del personaggio: Paolo Rosa.  “Ze Gerarde” racchiude un po’ tutto ciò che anima il carattere dei Pignolesi: la giovialità, l’allegria, la capacità di rapportarsi facilmente con tutti, l’uso corrente di un linguaggio forbito, ma a volte anche rozzo e sempliciotto, tale di suscitare imbarazzo o ilarità.

Queste  sono solo  alcune delle caratteristiche di “Ze Gerarde Fotte”;  egli, infatti, ama anche il buon vino e la buona tavola; è arguto e pronto alla battuta facile e scurrile, così come è pronto al battibecco con chiunque gli pesta i piedi; indossa camicia colorata a quadroni rossi, panciotto nero, pantaloni di velluto a coste marrone, cappello nero alla “zacquale”, calze bianche di lana di pecora, scarponi pesanti e malandati ed occhiali tondi e spessi. E’ spesso irascibile; a volte, anche con la sua prosperosa consorte verso la quale,  però, nutre un profondo affetto.

Non si separa mai da un oggetto particolare ed un po' imbarazzante da citare: il vaso da notte. Infatti, quando si sente aggredito da una sensazione eccessiva di fame, cosa che succede specialmente all’apertura del Carnevale, non esita, intrepido, ad utilizzarlo come piatto per mangiare le sue pietanze (gli spaghetti, il pezzente o una bella braciola di coria). “Ze Gerarde” è il personaggio che più di ogni altro incarna l’umiltà contadina e la passionalità del pignolese, con la sua tenacia ed i suoi sentimenti. Egli, infatti, ben rappresenta lo spirito allegro e festaiolo della nostra comunità, che è capace di integrarsi in  ogni contesto, così come è pronto e vigile a fronteggiare con abilità ed arguzia, attraverso un linguaggio appropriato, le disattenzioni e le offese subite le quali, repentinamente, con tatto e determinazione,vengono restituite al mittente, avendo cura di sottolineare che chiunque è ospite a Pignola è riverito e rispettato all'insegna della sacra legge dell'ospitalità.

Questa, infatti, anche se non la si trova sancita in nessun codice, è ben radicata e viva nell'animo di ogni pignolese. E nessuno,mai, rinnegherà tale prerogativa!     

                                                                                      

                                                                                         Il Presidente A.C.

                                                                                      Fiorentino Trapanese

gennaio

Carissimi, vengo a voi per ricordare la vostra responsabilità e il vostro coinvolgimento nella cura spirituale dei vostri figli. 

Come consolidato, inizieremo questo nuovo anno pastorale con alcuni incontri per tutti i genitori.

Questi incontri vogliono essere una opportunità che ci viene data per prendere sempre più coscienza di essere “popolo in cammino” che mai può dirsi giunto alla meta.

In modo particolare nell’educazione dei nostri figli alla fede dobbiamo essere tutti coinvolti e soprattutto concordi nella proposta educativa di cui i sacramenti rappresentano soltanto, seppure importanti, delle  tappe.

Per questo motivo ci incontreremo il 9 gennaio 2022 in Chiesa  Madre alle 16:30

 --------------------- RIMANDATO AL 5 MARZO  alle 17:15 ----------------------

Certi come sempre della vostra comprensione e collaborazione per il bene dei vostri amati figli, vi salutiamo cordialmente nella certezza di incontrarci.

                                                                                                         Il parroco e le catechiste

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